Dalla parte del lavoro e della trasformazione sociale, votare contro il governo Meloni e la sua progressiva svolta autoritaria

Domenica 22 e Lunedì 23 marzo 2026 si tiene un Referendum sulla giustizia, per confermare o cancellare una revisione di sette articoli della Costituzione Italiana approvata in Parlamento da questa maggioranza reazionaria, che riguardano in particolare l’organizzazione e il governo della Magistratura.

Noi riteniamo importante votare NO, sconfiggere questo tentativo di cambiamento costituzionale che si inserisce in una più ampia svolta autoritaria avviata da questo governo, con uno sviluppo lento che tiene conto delle difficoltà di questi anni e della prospettiva di un secondo mandato Meloni. Questa svolta autoritaria si muove infatti con diversi tempi ma su un ampio fronte di iniziativa: la forma istituzionale del paese (giustizia, autonomia differenziata, premierato), il disciplinamento sociale (decreti e disegni legge sulla sicurezza), l’inquadramento sindacale in una logica sussidiaria a governo e imprese (complicità corporativa, legge su partecipazione, accordi separati), una militarizzazione strisciante (il tutt’uno di impresa, difesa e università declinato da Crosetto) e l’uso dell’apparato pubblico per sostenere processi di nazionalizzazione di massa (retorica pubblica, revisione programmi e regolamenti della scuola, inquadramento della RAI, controllo della cultura). Una sconfitta del governo determinerebbe un inciampo in questo percorso, che certo non determinerebbe in sé la sua caduta, ma potrebbe aprire un’ulteriore crepa nella fragilità del suo consenso e delle sue aspirazioni bonapartiste.

Un autoritarismo fragile. Meloni conta sul suo progressivo consolidamento. Dopo l’esperienza di Berlusconi nel 2006, è il primo premier in grado di concludere una legislatura, con una certa solidità parlamentare e politica nonostante i pasticci, le gaffe e le liti nella maggioranza. Il consenso tiene, grazie ad un senso comune retrogrado impastato da Salvini, Di Maio e Conte nel 2018: la destra, pur essendo minoritaria, è in grado di plasmare rappresentazioni sociali e immaginari collettivi. Questi risultati si fondano però su un’altissima astensione e una contraddizione di fondo. La sua politica economica è vincolata dagli assetti europei e una diversa gestione capitalistica della crisi potrebbe delinearsi solo a livello continentale (un keynesismo di destra focalizzato su riarmo, sicurezza e sostegno alle imprese): questa ipotesi però contrasta però proprio con il suo consenso, fondato su capitali, ceti intermedi e settori popolari colpiti dall’integrazione continentale. La svolta autoritaria delineata da Meloni è allora sequenziale, capace di adattarsi nei tempi e nelle forme (dalla sospensione di fatto dei decreti sicurezza durante le grandi mobilitazioni dell’autunno al loro rilancio oggi, dalla derubricazione del presidenzialismo al rinvio del premierato), proprio perché è consapevole della sua base sociale limitata, dello scetticismo del grande capitale, dell’assenza di solidi apparati in grado di reggere eventuali conflitti.

Un suo inciampo è però oggi possibile. Il referendum costituzionale avviene senza quorum, vince il SI o il NO sulla base dei voti validi, indipendentemente da quante persone si recano alle urne. In una consultazione su un aspetto specifico del funzionamento dello Stato, molto tecnica e poco comprensibile, tutto sommato distante dalla quotidianità delle persone, è facile che nonostante la partita in gioco l’astensione sia significativa. C’è allora la possibilità che prevalga un voto politico contro Meloni, il governo e questo tentativo autoritario, con una significativa partecipazione alle urne proprio di chi si oppone al governo. Proprio per questo è importante schierarci, spingere la partecipazione e sostenere il NO, perché proprio in questo frangente ogni voto conta e può avere un effetto significativo.  

Può risultare sorprendente il nostro schieramento in un referendum sulla Magistratura, da parte di un collettivo comunista rivoluzionario come l’AMR ControVento. In termini generali, perché in una società capitalista il sistema giudiziario non applica norme astratte, ma contribuisce alla riproduzione dell’ordine sociale, a partire proprio dai suoi rapporti di produzione. In termini più specifici, perché larga parte della campagna contro il governo si sostiene sulla difesa del cosiddetto impianto costituzionale, cioè di un compromesso tra capitale e lavoro (tra l’allora Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano togliattiano), che lasciava (e lascia) intoccato l’assetto capitalistico della società, l’impianto democratico-liberale dello Stato e quindi più in generale i rapporti di classe in questo paese. L’autonomia della Magistratura, in fondo, rientra proprio in questo assetto liberale, assai distante da noi. Certo, in ogni referendum ci sono sia aspetti tecnici sia aspetti politici, cioè sia una sua valutazione sugli specifici provvedimenti in discussione, sia sulle conseguenze del voto nei rapporti politici e sociali, dialetticamente in relazione ai contesti. La scelta di un voto contrario, però, ci sembra oggi affondare le sue radici non solo in una mera scelta tattica sui possibili effetti sul governo, ma anche in una valutazione concreta degli effetti della possibile vittoria referendaria sugli apparati dello Stato ed i rapporti di forza tra le classi.

Dal punto di vista tecnico, questa revisione costituzionale prevede di radicalizzare la distinzione tra magistrati giudicanti (i giudici) e requirenti (i Pubblici Ministeri, che sostengono l’accusa). Negli ultimi vent’anni queste due figure hanno assunto percorsi di carriera separati, nonostante l’impianto costituzionale che ha definito la Magistratura come ordine autonomo, indipendente e unitario, senza ripartizioni interne. La cosiddetta riforma Castelli (2006) ha infatti marcato differenziazioni funzionali, gerarchizzato gli uffici inquirenti (maggiore controllo dei Procuratori sui sostituti), limitato i passaggi tra i ruoli (valutazione professionalità, cambio di sede, termini temporali). La cosiddetta riforma Cartabia (2022) ha stretto la possibilità dei passaggi di ruolo (una sola volta nella vita, con vincoli precisi), con una separazione di fatto delle figure e delle carriere. Oggi si propone di istituire due organi di autogoverno (due diversi Consigli Superiori della Magistratura), per fare in modo che ognuno gestisca autonomamente nomine, valutazioni e carriere della propria area, rendendo più netta la distinzione di ruoli. Inoltre, i nuovi componenti non saranno più eletti, ma semplicemente sorteggiati (spezzando gli assetti consolidati tra correnti, ma anche annullando ogni principio rappresentativo). La cosiddetta componente laica (un terzo dei due organi, professori universitari di diritto e avvocati con almeno 15 anni di esercizio professionale) sarà però sorteggiata da un elenco comunque compilato dal Parlamento, creando uno squilibrio che assegna oggettivamente più forza alla componente politica. Un’ultima novità è l’istituzione di una Corte che si occuperà dei procedimenti disciplinari (una volta in capo al CSM).

Il senso di questi cambiamenti è evidente. L’obbiettivo è quello di ridurre l’autonomia della magistratura requirente, cioè quella dei pubblici ministeri, in un disegno che vorrebbe ricondurre la loro attività, la gestione delle procure, le priorità nell’azione penale all’impulso governativo, come del resto avviene in altri paesi. L’ipotesi del CSM requirente, in cui componenti laici selezionati pesano su componenti togati sorteggiati, si muove infatti in questa direzione. Un disegno intenzionale ed esplicito, come si vede in alcuni interventi di questa campagna elettorale, come quello di Giusi Bartolozzo: votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura. L’affermazione non è di un’attivista o un personaggio inesperto, ma del Capo di Gabinetto del Ministero della giustizia, magistrata, che sarà esattamente chiamata a gestire quell’eventuale vittoria referendaria.

La rappresentazione del referendum come di un’arcana questione di equilibri tra apparati dello Stato o di semplici procedure, carriere e rapporti interni alla Magistratura, non coglie il quadro generale della svolta autoritaria in corso e neanche quello specifico della presa di controllo governativa sui Pubblici ministeri. Certo, nessun assetto istituzionale è mai neutrale: lo Stato ha una sua precisa funzione di classe all’interno dei più complessivi rapporti sociali. Proprio per questo, però, ogni revisione delle sue strutture riflette la dinamica dei rapporti tra classi sociali e, soprattutto, intende ridefinire gli strumenti attraverso cui il potere esercita il proprio dominio. Anche, e forse soprattutto, quando si parla di giustizia.

Nelle società capitalistiche lo Stato, infatti, non è un arbitro imparziale tra interessi contrapposti: è un dispositivo di potere che garantisce l’egemonia e il potere delle classi dominanti. Il sistema giudiziario costituisce uno degli strumenti fondamentali di questo dispositivo, insieme alle forze di polizia e all’apparato penitenziario. Il suo compito allora è proprio quello di regolare le relazioni sociali, adattandosi alle continue trasformazioni che il movimento dell’espansione e della crisi capitalista imprime alla società. La stessa autonomia costituzionale della magistratura è stata interpretata, vissuta e implementata in modalità estremamente diverse nel corso della storia della Repubblica Italiana.

Nel Dopoguerra, proprio l’autonomia della Magistratura ha garantito sostanziale continuità con gli apparati repressivi dello Stato fascista. Non fu epurata e proprio per questo fu capace di assumere una funzione di stabilizzazione in stagioni incerte e turbolente, declinando in senso profondamente conservatore l’interpretazione e l’applicazione della norma, che non a caso rimase quella del codice Rocco. Questa magistratura fu magistralmente rappresentata da Gaetano Azzariti, omonimo e nonno dell’attuale costituzionalista progressista, che fu presidente della Commissione sulla Razza nel fascismo, ministro di Giustizia nel governo Badoglio, giudice costituzionale dal 1955 e Presidente della Corte costituzionale dal 1957 al 1961. Questa Giustizia gestiva quindi le carceri come luoghi di pena, attraverso cui disciplinare la società controllando le classi subalterne e reprimendo la devianza sociale in strutture sovraffollate. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, non a caso, diverse inchieste misero in luce la composizione di classe delle carceri (precari, disoccupati, migranti interni e sottoproletari urbani) e il loro uso di contenimento sociale.  

Questa stessa autonomia assunse un ruolo diverso negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta. Il progressivo sviluppo dell’organizzazione del lavoro e dei conflitti sociali (dal Natale in piazza degli elettromeccanici milanesi nel 1960 all’occupazione della Sapienza nel 1966), l’esplosione studentesca e poi di quella operaia nel 1968 e nel lungo Sessantanove, il cosiddetto assalto al cielo, la portarono a reagire non solo ai cambiamenti di una società moderna ma anche ai diversi rapporti di forza tra le classi nel paese. Magistratura Democratica è stata fondata il 4 luglio 1964 e nel 1969, anche con una sua rottura con le componenti più moderate, assunse un pensiero sulla giurisdizione che muoveva dalla scoperta di una possibile diversa funzione del diritto, non più solo strumento di conservazione dell’ordine esistente, ma anche possibile fattore di critica di esso e di ampliamento della tutela delle libertà e dei diritti sulla base dei principi costituzionali, legittimato nella sua possibilità di esprimersi dal pluralismo ideale proprio dell’ordinamento costituzionale (Borraccetti, 2025; per chi vuole approfondire, molto interessate è il breve saggio Appunti per una storia di Magistratura Democratica di Livio Pipino).Attraverso i conflitti di quegli anni si concretizzò un’interpretazione programmatica della Costituzione (Calamandrei, 1955), in cui furono sviluppate nuove funzioni dello stato (scuola, sanità, sistema pensionistico), in cui si affermarono nuovi diritti sociali e civili. In questo contesto si svilupparono così indagini clamorose e pratiche quotidiane che curvarono il potere giudiziario: il cosiddetto processo dei 117 contro la mafia dopo la strage di Ciaculli del 1963; le inchieste di Barone e Margara sulle condizioni carcerarie e i diritti dei detenuti; quelle sui manicomi di Colorno e Aversa; i giudici del lavoro che iniziarono ad applicare lo Statuto dei lavoratori su licenziamenti e discriminazioni; i cosiddetti pretori di assalto contro l’inquinamento industriale, ma anche contro gli sfratti; le prime indagini sul potere (Petroli, Lockheed, Sindona, P2). Questa stagione vide anche rivolte carcerarie e la riforma dell’ordinamento penitenziario, il riconoscimento dei diritti dei detenuti e il reinserimento sociale, i permessi premio, la liberazione anticipata e forme alternative alla detenzione. Questa curvatura avvenne anche attraverso fratture all’interno della Magistratura, che ancora aveva componenti conservatrici e un’azione disciplinare e repressiva particolarmente significativa.

Sempre l’autonomia della Magistratura fu strumento di un suo successivo uso eccezionale. L’acuirsi dello scontro di classe e dei conflitti sociali negli anni Settanta, la politica di solidarietà nazionale, la contrapposizione con i movimenti, lo sviluppo della cosiddetta sinistra extraparlamentare e dei gruppi (Lotta continua, Il manifesto, Potere Operaio e Avanguardia Operaia, poi il PdUP, DP, l’Autonomia Operaia e le tantissime organizzazioni minori), la nascita e la crescita della lotta armata, portarono ad una nuova trasformazione del potere giudiziario. Le leggi speciali contro il terrorismo svilupparono il potere di indagine, controllo e fermo di polizia, estesero l’uso della carcerazione preventiva e dei reati associativi (che colpivano l’appartenenza stessa ad un organizzazione), introdussero norme su pentitismo e collaboratori. Nelle stesse correnti progressiste della magistratura emersero interpretazioni ed usi diversi di questi strumenti, come evidente nelle diverse posture dei sostituti procuratori Pietro Calogero e Antonio Palombarini sulla gestione del processo 7 aprile, che innervarono un dibattito pubblico sull’impianto di questa legislazione e i poteri di Magistrature e forze di polizia che si dispiegò anche su diverse altre vicende (la lunga carcerazione di Giuliano Naria, i processi a Massimo Carlotto, le torture a Triaca e dopo il sequestro Dozier; il famoso caso Tortora, più tardi il caso Sofri, Bompressi e  Pietrostefani).

Si rafforzò cioè una cultura giudiziaria orientata alla sicurezza e all’emergenza, che entrò anche nella gestione carceraria con il cosiddetto circuito dei camosci (gli speciali) e le carcerazioni particolari (poi il 41-bis per la criminalità organizzata). La tensione tra esigenze di sicurezza e garanzie divenne uno dei nodi del dibattito giuridico degli anni Ottanta, proprio per la pervasività di una sorta di stato di eccezione permanente, che consentiva alla Magistratura interventi straordinari per uno stato di diritto liberale.

Questa autonomia, nel riflusso dei movimenti e nell’arretramento del lavoro, sorresse ulteriori interventi straordinari: prima contro la mafia e la criminalità organizzata, poi contro la degenerazione clientelare con Mani Pulite. Il potere giudiziario fu strumento centrale del cambiamento politico, nel quadro della sua profonda ridefinizione con la fine della guerra fredda (crollo del muro, fondazione Unione Europea, scioglimento del PCI e della DC, scomparsa del PSI), proprio quando la riforma del codice di procedura penale (1989) avrebbe dovuto determinare un riequilibrio tra accusa e difesa nel processo. Negli anni si esaurì progressivamente l’azione sociale della magistratura (sorretta in realtà da lotte sociali e protagonismo operaio), mentre abbiamo visto crescere una legislazione di sicurezza, rivolta ai migranti ma non solo, con il ritorno ad orientamenti e propensioni conservatrici del potere giudiziario.

Insomma, l’autonomia della magistratura, nel quadro del suo impianto costituzionale, ha subito diverse interpretazioni e articolazioni, registrando i rapporti di classe, ma anche usando la magistratura come strumento di regolazione sociale.

Oggi siamo immersi in una nuova stagione di contrapposizione interimperialistica, riarmo e nazionalizzazione di massa. La destra reazionaria propone oggi una revisione della Costituzione, in scia alle operazioni gestite dal centrosinistra (federalismo, 2001), Monti (pareggio bilancio, 2012) e 5 stelle (riduzione parlamentari, 2020), per degradarne definitivamente la sua impostazione programmatica, registrando gli attuali rapporti di forza tra le classi per cristallizzare nuove subordinazioni sociali. Qui, in realtà, c’è anche qualcosa d’altro, un salto di qualità, in scia in realtà alle recenti derive bonapartiste di Monti, Renzi e Conte. In questi anni, infatti, si sono anche divise le classi dirigenti italiane e si è frammentato il capitale: la Meloni tenta allora di ricondurre le diverse autonomie dello Stato al proprio controllo politico (magistratura, enti locali, università, persino i sindacati), per usarlo come leva di ridefinizione del sistema produttivo, dell’economia e quindi dell’organizzazione di classe del paese.

Il referendum sulla giustizia è oggi funzionale a questo doppio disegno: da una parte registrare il superamento dei compromessi programmatici del 1948 e del loro avanzamento reale con il lungo Sessantotto-Sessantanove, dall’altra sviluppare un’ulteriore forzatura, con una ristrutturazione delle classi guidata dallo stato, per subordinare ulteriormente il lavoro. Per questo oggi il voto NO a questo referendum ha per noi un valore politico specifico, un significativo segno di classe.

In ogni caso, lo sappiamo: un’eventuale vittoria referendaria non determinerebbero un ribaltamento degli attuali rapporti di forza e neanche una sconfitta definitiva del tentativo reazionario di Meloni. Sarebbero solo una sua crepa che ne rivelerebbe pubblicamente le fragilità. Le prospettive autoritarie in Italia, in Europa, in USA e nel mondo sono sostenute dalla grande crisi degli attuali assetti capitalistici e, proprio, dalla nuova stagione di contrapposizione internazionale. Trump torna a vincere nel 2024, superando non solo la sconfitta elettorale del 2020 ma anche il disastro dell’assalto al Campidoglio, perché l’alternativa liberale, democratica e neoliberista di Biden ed Harris ha proposto una gestione della crisi e strategie di accumulazione che non hanno retto né sul piano della riproduzione del capitale né su quello dei conflitti interimperialistici (come mostra il conflitto in Ucraina). Un eventuale inciampo di Meloni oggi, similmente, non determina un tracollo della destra reazionaria, come non lo determinerebbe un’improbabile, ad oggi, perdita delle elezioni politiche del 2027.

La costruzione di un’alternativa dovrà passare per una profonda riorganizzazione sociale ed il recupero di un’autonomia delle classi lavoratrici, in grado da una parte di limitare i consensi popolari alle politiche nazionaliste, dall’altra di delineare una trasformazione degli attuali assetti sociali. Certo, questo eventuale risultato (una vittoria del NO tutta da conquistare) potrebbe rendere complicata la chiusura della legislatura per la Meloni. Conquisterebbe cioè spazio e tempo per ritessere la marea dello scorso autunno, ritrovare un protagonismo dei movimenti sociali, riaprire occasioni per un’opposizione di massa, ricostruire nel conflitto sociale una coscienza collettiva del lavoro. Di questi tempi, non sarebbe poca cosa.

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