La morte dei quattro lavoratori migranti ad Amendolara, avvenuta in questi giorni secondo le informazioni emerse dalle cronache, non può essere archiviata come un tragico regolamento di conti. È invece l’ennesimo segnale di un sistema di sfruttamento radicato, che continua a produrre morte e precarietà nei campi del Sud Italia così come a tutte le latitudini di questo paese.
Dietro questi eventi non c’è solo la singola responsabilità individuale, ma una filiera di sfruttamento che da anni viene denunciata da pochi e che si regge su un equilibrio perverso tra caporalato, imprese agricole e zone grigie dell’economia legale. Un sistema che consente l’utilizzo sistematico di manodopera migrante sottopagata, priva di tutele, spesso costretta a condizioni di vita e di lavoro degradanti, al limite della sopravvivenza.
Le inchieste e le denunce sul lavoro agricolo in aree come la Sibaritide e la Locride si susseguono da anni. Eppure, a fronte di un flusso continuo di finanziamenti pubblici e sostegni al settore agroindustriale, non si è mai costruito un sistema efficace di controllo, prevenzione e repressione dello sfruttamento. Il risultato è che il lavoro povero continua a essere la base invisibile su cui si regge una parte rilevante dell’economia agricola del territorio.
In questo contesto, il caporalato non è un fenomeno isolato, ma uno strumento funzionale a un modello produttivo che riduce il lavoro a merce a bassissimo costo. Un modello che prospera anche grazie e soprattutto ai meccanismi “legali” che permettono l’ ingresso dei migranti nel nostro paese. La legge Bossi Fini e il decreto flussi annuale sono i due meccanismi che legano l’ ingresso dei migranti e la loro permanenza nel nostro paese al lavoro. Se non hai un lavoro non puoi entrare in Italia e se, una volta entrato, non riesci a mantenere un contratto di lavoro sei clandestino. Questo ricatto consente ai caporali di ergersi a mediatori/ intermediari tra le aziende e i migranti. In questo sistema la vita umana non conta nulla, i diritti sono inesistenti. Lo sanno bene i 4 braccianti agricoli ammazzati perché reclamavano diritti basilari.
I governi di destra e di sinistra che si sono alternati negli ultimi 30 anni non hanno voluto smantellare questo sistema di sfruttamento.
Non si tratta solo di responsabilità criminali dirette, ma anche di responsabilità politiche e istituzionali. La gestione del settore agricolo, le politiche del lavoro, i controlli insufficienti e la mancanza di interventi strutturali hanno contribuito nel tempo a consolidare un sistema in cui lo sfruttamento diventa normalità e la marginalità dei lavoratori migranti viene sistematicamente tollerata e per alcuni versi giustificata.
I lavoratori che arrivano in questi territori sono spesso persone che fuggono da guerre, povertà estrema e processi di impoverimento globale. Qui trovano troppo spesso un nuovo spazio di vulnerabilità: salari da 2 o 3 euro l’ora, condizioni abitative indegne, isolamento sociale e totale ricattabilità. In questo quadro, il confine tra lavoro e schiavitù si fa sempre più labile.
È necessario allora andare oltre la sola indignazione del momento. Questi eventi impongono una riflessione radicale sulle responsabilità complessive di un sistema economico e politico che consente e riproduce lo sfruttamento. Non è accettabile continuare a spostare l’attenzione solo sugli ultimi anelli della catena, mentre restano intatti i meccanismi che rendono possibile tutto questo.
Serve una rottura netta. Serve un cambio di paradigma che rimetta al centro i diritti dei lavoratori e non la sola logica del profitto. Perché ciò che accade nei campi della Calabria non è un’eccezione, ma il risultato di un modello che produce disuguaglianza e sfruttamento.
E questa volta non basta più la semplice indignazione: è necessario trasformarla in una presa di coscienza collettiva e in una richiesta di giustizia sociale che metta finalmente in discussione l’intero sistema che rende possibile tutto questo.

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