Contrastare la svolta autoritaria progressiva, ripartire dal conflitto di classe, tessere l’unità, sviluppare un’opposizione di massa.

Un contributo di ControVento alla discussione nella Rete Liberi di lottare, 1° febbraio 2026

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Una situazione complessa. Noi crediamo sia importante tenere conto delle tendenze, ma anche delle processualità, delle contraddizioni e della difficoltà di una stagione contorta, nel quale l’avanzata di processi autoritari, riarmo e guerra si accompagna ad una scomposizione della classe lavoratrice. Questa  complessità è in fondo evidente negli eventi di questi mesi: l’acutizzazione delle contrapposizioni interimperialiste (il rapimento di Maduro e lo scivolamento di alleanze del governo bolivariano, le contrapposizioni USA-UE sulla Groenlandia, l’esplicitazione delle controversie inter-atlantiche a Davos, il proseguo indefinito della guerra ucraina, la persistenza delle politiche di oppressione nei territori occupati e a Gaza, lo smantellamento dell’autonomia del Rojava, il possibile nuovo intervento USA in Iran); il rischio di precipitazione di nuove crisi finanziarie, con la possibile esplosione dell’ennesima bolla tecnologica sulla IA; il ritiro della marea dopo le grandi manifestazioni di massa contro il genocidio a Gaza, il 22 settembre e il 3 ottobre 2025; gli scioperi divisi e limitati del secondo autunno (28 novembre del sindacalismo di base e 12 dicembre della CGIL); la perdurante stratificazione del proletariato italiano con un’evidente divergenza di strutture salariali, condizioni di lavoro e cicli di lotta; la rinnovata azione reazionaria e repressiva da parte del governo (politiche sociali, pensionistiche e salariali; denunce nei territori; sgomberi dei centri sociali; nuovo ddl sicurezza). Rispetto a questa complessità, ci sembra importante sottolineare alcune questioni.

Primo, la svolta autoritaria è ancora in corso, cioè ha per ora un carattere di progressività ed incertezza sul suo reale consolidamento. Anche rispetto a toni, accenti e considerazioni che si stanno diffondendo nei movimenti e persino nel senso comune di chi si oppone a questo governo, crediamo sia utile tenere in considerazione la processualità delle tendenze in corso e, quindi, in qualche modo le loro stesse contraddizioni e problematicità. Ci riferiamo, in particolare, a quando per gli USA di Trump o per l’Italia della Meloni si chiama in causa la fascistizzazione dello Stato, le categorie del Regime o dello Stato di Polizia Assoluto. Non è che non vediamo la svolta in corso e le sue radici profonde, in qualche modo strutturali per questo capitalismo in crisi. Abbiamo visto moltiplicarsi e ripetersi tendenze bonapartiste sin dall’esplosione della Grande Crisi e dalla recessione mondiale del 2009, proprio per affrontare la crisi di egemonia delle classi dirigenti e la diffusa compressione del salario globale (stipendi, pensioni, servizi pubblici universali). Le abbiamo viste all’opera in Italia con diversi governi e diverse maggioranze: Monti, Renzi, Conte e Draghi. Queste tendenze bonapartiste vedono oggi un salto di qualità, non solo perché sono oggi interpretate da una destra reazionaria di matrice fascista (Fratelli di Italia e Giorgia Meloni), non solo perché sono inserite in un onda nera europea e mondiale (AFD e Le Pen, i Veri finlandesi e i Democratici Svedesi, Vox e Chega, Reform UK e Orban, ma anche Trump e Subianto, Modi e Milei, Takaichi e Fernandez): queste tendenze oggi infatti traggono forza e a loro volta rilanciano la stagione di contrapposizione imperialista, riarmo e guerra che stiamo vivendo. Queste tendenze bonapartiste diventano, cioè, svolta autoritaria, in cui si militarizza la società e si reprime il dissenso. Questo passaggio, però, non è semplice, non è lineare.

Ad oggi manca infatti una leva in grado di imporre un regime. Da una parte proprio la crisi ha diviso le classi dominanti e ha inoltre frammentato il grande capitale, indebolendo le capacità di gestione del sistema. Particolarmente in Italia, paese attraversato da ristrutturazioni e faglie continentali, si è scomposto il suo salotto buono e si sono frantumate le sue strategie di accumulazione, con la moltiplicazione di modelli divergenti di regolazione salariale e sociale. Questo, in fondo, è proprio uno dei fattori che ha contribuito a sviluppare le destre reazionarie e che concorre proprio a spingere in questa stagione soluzioni bonapartiste (per ristrutturare dall’esterno, dall’autonomia della politica, gli assetti interni tra le diverse frazioni dirigenti), ma nel contempo è anche un fattore di debolezza e difficoltà di azione di qualunque esecutivo e maggioranza politica, come di qualunque possibile svolta autoritaria. Allo stesso modo sono divise le classi intermedie, con settori che proprio nella crisi hanno consolidato il proprio reddito e il proprio status (sia sul lato imprenditoriale sia sul lato impiegatizio), altri invece che sono entrati profondamente in crisi (in particolare nei servizi e nel commercio, ma non solo): alcuni settori cioè vivono importanti fenomeni di polarizzazione, ma altri sostengono ancora le politiche neoliberali che ne hanno permesso l’ascesa. Alla destre reazionarie manca cioè un reale consenso plebiscitario, a cui spesso alludono ma che raramente emerge nei fatti, su cui basare una vera e propria rottura politica ed istituzionale. Dall’altra parte, infatti, mancano solidi apparati in grado di sostenere questa eventuale rottura. Non lo può essere l’esercito, che ha ancora un basso profilo, ad esclusione di alcuni paesi militarizzati (Russia, Egitto, Pakistan, ecc) o, in fondo, ad eccezione degli stessi USA, dove l’US Army ha oltre 1,3 milioni di uomini ed ha profondi legami economici e sociali, anche se però è stato storicamente rivolto all’esterno e ha avuto un ruolo secondario nei processi di regolazione interna. Non riescono nemmeno ad esserlo le strutture tecnocratiche e finanziarie, che hanno sostenuto i bonapartismi deboli di Draghi, Conte, Renzi e Monti, fallendo il loro consolidamento proprio per la loro gracilità sociale. Non lo è l’autonoma organizzazione della violenza, perché le destre reazionarie non organizzano oggi proprie milizie autonome (ad eccezione forse della RSS indiana e di settori marginali dell’estrema destra) e crescono soprattutto attraverso movimenti di opinione su sicurezza, migranti, competizione e stabilità: il sovversivismo dal basso tipico dei movimenti fascisti non trova cioè oggi giustificazione nel contrasto ad un debole movimento operaio e, quindi, non esiste di fatto una loro capacità di agire autonomamente processi di rottura istituzionale (se non in forma recitata o caricaturale). Lo Stato, quindi, è oggi lo strumento principale della svolta autoritaria e l’azione sicuritaria degli apparati repressivi è la sua forma, ma proprio per questo fatica a liberarsi dei pesi e contrappesi, delle autonomie e dell’impostazione liberal-sociale che le democrazie hanno assunto nella lunga fase espansiva del dopoguerra, anche per l’azione organizzata della classe lavoratrice e del suo conflitto.

Anche la svolta autoritaria di Meloni procede allora con incertezze e difficoltà. Il governo può certo contare su un suo consolidamento nel tempo, che non era ovvio e non è scontato: è il primo esecutivo che può pensare di concludere la sua legislatura da vent’anni a questa parte (dopo Berlusconi nel 2006), con una solidità politica incommensurabile rispetto a tutti quelli che lo hanno preceduto, nonostante i pasticci, le gaffe e le liti che lo contraddistinguono (da Sangiuliano alla Santanchè, da Salvini a Vannacci, dai centri in Albania agli affreschi a San Lorenzo in Lucina, dalle competizioni tra Lega e Forza Italia). Il consenso tiene nei sondaggi e tutto sommato nelle amministrative, grazie ad un senso comune retrogrado consolidato nel paese con il governo gialloverde del 2018 intorno al rifiuto dei migranti e una sorta di orgoglio nazionale. Fratelli di Italia può contare su circa un 30% dei voti, il blocco reazionario supera il 40% dei consensi, mentre il pensiero di destra, pur essendo minoritario, è in grado di plasmare rappresentazioni sociali e immaginari collettivi, in quanto non contrastato da altri punti di riferimento altrettanto convinti e attivi nel paese. Certo, questi risultati si fondano su un’altissima astensione, anche superiore al 50%, ma questo blocco di minoranza è comunque oggi in grado di imporre la sua impronta al dibattito politico e se il voto divenisse obbligatorio, alzando la partecipazione come nelle ultime presidenziali cilene, non è detto che i risultati cambierebbero di molto rispetto all’attualità e anche rispetto all’effettivo esito cileno. Questo governo guarda infatti oggi con relativa fiducia alla possibilità di un secondo mandato, in cui magare sviluppare la sua azione con maggior radicalità e impatto, come Trump in USA. In ogni caso, questo governo e questa svolta autoritaria incontrano ancora limiti e contraddizioni. La sua politica economica e sociale è vincolata dagli assetti capitalistici europei, non potendo dispiegare quella diversa gestione capitalistica della crisi a cui allude (nazionalista, statale, in fondo keynesiana; un keynesismo di destra focalizzato su riarmo, sicurezza e sostegno alle imprese nazionali). Proprio in una stagione di contrapposizione tra i principali poli capitalistici, però, una simile svolta politica potrebbe esser delineata solo re-impostando il capitalismo continentale, nel quadro di una Grande Nazione alla Jean Thiriart (non esiste più, attualmente, né indipendenza effettiva, né progresso possibile, al di fuori dei grandi complessi politici organizzati su scala continentale. […] Oggi la dimensione europea è il minimo indispensabile per l’indipendenza). In ogni caso questa impostazione contrasta proprio con l’attuale matrice antieuropeista della destra e con il concreto nucleo del suo consenso, basato su capitali e ceti intermedi colpiti dai processi di integrazione continentale. Questa destra reazionaria è tutto sommato consapevole delle sue contraddizioni e della sua minorità a livello sociale, per questo si ritrae e aggira lo scontro quando un coinvolgimento di massa rischia di metterla in difficoltà. È stato così nelle giornate di settembre e di ottobre, nel ritrarsi di fronte alla marea quando si occupavano le tangenziali o le stazioni, proprio per evitare di consolidare nel conflitto quel movimento di massa. È stato così sul piano politico, proprio sul terreno della svolta autoritaria, quando ha cambiato strategia sulla svolta presidenzialista e rimandato le modifiche costituzionali alla prossima legislatura (ancora confuse e comunque moderate in direzione del premierato), proprio per sfuggire ad un confronto referendario che rischia di esser perso come Renzi nel 2016.

Secondo, la contrapposizione imperialista si sviluppa, ma ancora non precipita. La svolta autoritaria di Meloni, come quelle delle altre destre reazionarie nel mondo, è comunque oggi sospinta dallo scontro mondiale in corso. La competizione internazionale, acutizzata dalla Grande Crisi aperta tra 2006 e 2009, ha visto una sua precipitazione con la guerra in Ucraina. Si è aperta una stagione nuova, con la scelta della Russia di portare il confronto sul piano militare, la sua capacità di reggerlo anche per la profondità cinese, la rottura del continente euro-asiatico e la profonda ridislocazione degli assetti geopolitici mondiali (evidente con il fallimento delle sanzioni, limitate solo agli stretti alleati atlantici). Un conflitto mondiale è nuovamente entrato nell’orizzonte degli eventi e, per la sua stessa possibilità, ha iniziato a determinare gli eventi attuali. Però, anche qui, noi non pensiamo che si sia avviata o si stia avviando una terza guerra mondiale, neanche a tappe. Proprio i grandi poli imperialisti stanno anzi cercando di evitare l’innesco oggi di una guerra totale, alla quale non sono preparati da un punto di vista economico, sociale e militare. Questa, cioè, è una stagione del dispiegamento degli imperialismi, dell’organizzazione delle economie da parte dello Stato, della tessitura dei blocchi di riferimento, del riarmo, della militarizzazione delle società e della nazionalizzazione della masse, dello sviluppo di nuovi autoritarismi nelle diverse formazioni capitalistiche. Siamo cioè in una fase di rottura dei confini della democrazia sociale e liberale, di stravolgimento delle regole e degli assetti internazionali, di superamento delle forme di regolazione precedenti, ma non crediamo di esser già in una fase di costruzione del regime e dispiegamento di una guerra mondiale. Lo si vede nella quotidianità del conflitto ucraino, nel mantenimento di limiti sostanziali al coinvolgimento NATO e al sostegno cinese all’esercito russo (per il momento, suppliscono i droni iraniani e la carne da cannone nordcoreana). Lo si vede nel gioco di avvertimenti preventivi nei reciproci bombardamenti tra Iran e USA, nel valzer venezuelano, nella libertà di azione lasciata al governo israeliano negli ultimi due anni. Lo si vede anche nella purga cinese, in pochi anni, di quasi tutta la Commissione militare centrale del PCC, arrivando a colpire proprio in questi giorni il suo vicepresidente (e leader di fatto) e il capo di stato maggiore dell’esercito. Ce lo dicono gli stessi dati sul riarmo, programmato e in sviluppo, ma ancora lontano dal 7, 10, 12% del PIL che hanno segnato la guerra fredda.

Lo scontro interimperialista, il riarmo, la militarizzazione sono cioè tendenze. Proprio l’assenza di una precipitazione immediata, la mancanza di una guerra alle porte, permette di distendere nel tempo la svolta autoritaria, eludendo o aggirando il momento dello scontro. Proprio la necessità di organizzare economie, società e apparati pubblici in vista di un possibile conflitto articola oggi una svolta autoritaria progressiva, non solo sul fronte della sicurezza e della repressione, ma anche e forse soprattutto nella messa sotto controllo degli spazi pubblici, nella subordinazione delle autonomie istituzionali, nella regolazione del pensiero collettivo. Da Seattle a Minneapolis, da Milano a Torino, la campagna contro le città progressiste o i centri sociali non è semplice repressione del dissenso, ma operazione di disciplinamento pubblico. La svolta autoritaria passa quindi oggi anche, se non soprattutto, negli apparati ideologici di Stato: i media (la RAI e non solo); il discorso pubblico, la scuola e università. Cioè, questo è il punto che vogliamo sottolineare, proprio la progressività, le contraddizione e le difficoltà di questo processo, proprio gli svolgimentidi questo processo, ci portano a ritenere che ci sono ancora tempi e spazi di resistenza, ci sono settori sociali e popolari che possono ancora esser coinvolti nell’opposizione; c’è un consenso disfattista che può esser coltivato; ci sono pulsioni democratico-radicali che possono attivarsi, ostacolare e persino impantanare questa svolta autoritaria progressiva. Certo, nuove crisi economiche, precipitazioni di conflitti, contrapposizioni commerciali, rotture dell’Unione Europea potrebbero imporre strappi e momenti di rottura sul piano politico e su quello istituzionale. Però, ad oggi, il percorso è ancora progressivo e contradditorio.

Terzo, il tempo a noi serve per l’organizzazione della classe lavoratrice. Questa rete crediamo nasca proprio dalla considerazione che la svolta autoritaria, come la dinamica imperialista, non è un semplice orientamento politico, ma risponde a dinamiche profonde dell’attuale produzione capitalista in crisi (sovrapproduzione di merci e capitali, finanziarizzazione, centralizzazione, competizione mondiale). Il punto, allora, è che il contrasto di queste tendenze non possono organizzarsi né nello spazio geopolitico dello scontro tra potenze (non c’è un sistema multipolare o un polo progressivo a cui guardare), né semplicemente nella rivolta dei popoli oppressi (senza distinguere tra classi al loro interno, senza rivoltare formazioni sociali opprimenti). La resistenza dovrà allora guardare alla ricostruzione di un’alleanza internazionalista delle classi lavoratrici, che acquisiscono consapevolezza, soggettività e spinta anticapitalista proprio nello scontro quotidiano all’interno dei processi di produzione del capitale, nel conflitto collettivo tra capitale e lavoro. Certo, oggi il lavoro è stratificato, tanto sul piano internazionale (paesi a tardo capitalismo, a recente sviluppo, semiperiferie e periferie), quanto in questo paese, oramai compartimentato per settori, professionalità, stabilimenti, contratti e identità sociali. La scomposizione del lavoro però non è un destino. Il suo superamento non avviene spontaneamente nelle dinamiche della crisi e allo stesso modo non si realizza un progressivo affasciamento dei diversi strati sociali intorno ai punti alti del conflitto. Non possiamo però neanche dare per scontato che questo non avvenga mai. Non solo perché il nostro compito soggettivo è esattamente quello di favorire, accompagnare, sospingere questa ricomposizione, ma perché proprio i processi di crisi e conflitto che si dispiegano nel tempo rappresentano un occasione per innescare e sviluppare questi processi di ricomposizione politica e sociale del lavoro. Lo abbiamo visto, in qualche modo, nella stessa esperienza di settembre e ottobre, nella marea fluida e moltitudinaria di quelle settimane, perché di fronte al precipitare delle dinamiche internazionali, anche la dimensione occasionale delle mobilitazioni contemporanee ha dovuto darsi la forma dello sciopero generale, l’obbiettivo di bloccare il paese a partire dal lavoro e dalla produzione. Lo sviluppo di un opposizione sociale di massa è allora oggi per noi utile, da una parte per impaludare la svolta autoritaria, dall’altra proprio perché nella dimensione di massa è più facile trovare le ragioni generali per ricomporre il lavoro, permettendo di maturare convergenze e unità sul terreno del salario, del tempo di vita, del controllo del lavoro, dell’autonomia del lavoro. Nel tempo, cioè, e nei percorsi di conflitto è possibile ricostruire un’indipendenza dal capitale.

Quarto, alcune opposizioni a questo governo si pongono su prospettive assai diverse. Due in particolare i punti di riferimento che rischiano di orientare, convogliare e agglutinare nella loro contrapposizione larga parte dei movimenti, delle mobilitazioni e delle lotte dei prossimi mesi.
Da una parte c’è il fronte democratico, la costruzione di un’opposizione alla svolta autoritaria in corso sul terreno delle procedure istituzionali e dell’impianto costituzionale. Questa impostazione vive nelle mobilitazioni, innerva la battaglia referendaria, orienta l’opinione nella prospettiva di un’ampia alleanza democratica, dalla destra liberale alla sinistra sociale. Questa impostazione fonda il campo largo alle prossime elezioni 2027 (o dintorni), da AVS alla Casa riformista, senza disdegnare l’interlocuzione con Azione di Calenda o Forza Italia. È un fronte che mantiene l’asse liberale assunto dal centro-sinistra negli ultimi decenni, smussandolo sul lato della responsabilità sociale e (talvolta) radicalizzandolo sul lato dei diritti civili, proponendosi sostanzialmente l’obbiettivo di una stabilizzazione capitalista, in contraddizione proprio con le attuali tendenze della crisi. Proprio per questo, questo campo è spesso quello che si assume il compito di realizzare le peggiori politiche sul salario globale, come avvenuto negli ultimi decenni (dal federalismo al superamento dell’articolo 18, dalla precarizzazione alle privatizzazioni, dalle pensioni all’aziendalizzazione dei servizi pubblici), scivolando per portarle avanti anche in gestioni repressive e bonapartiste. Questo fronte progressista è cioè capace di esser socialmente più a destra della stessa destra, come dimostra quando è al governo del paese o nelle amministrazioni locali.
Dall’altra parte sta emergendo un polo campista, cresciuto proprio con il precipitare della contrapposizione interimperialista, la guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza, la resistenza ad un governo Meloni subordinato a Trump. Questo polo pone al centro della sua analisi, della sua collocazione e della sua azione sociale una lettura geopolitica dell’attuale stagione storica, ponendo come motore principale dell’organizzazione e dello sviluppo di un movimento anticapitalista il contrasto a quello che viene interpretato come imperialismo dominante, quello USA. Questa centralità sfuma, e porta in secondo piano, la dinamica di competizione tra i poli capitalisti mondiali e le contrapposte proiezioni imperialiste che dominano questa stagione, portando ad individuare una serie di stati o di resistenze popolari come principale campo di aggregazione di un soggetto antagonista. In questa dinamica, ovviamente, tendono a svolgere un ruolo da protagonista le realtà politicamente ed economicamente più significative (Cina, Russia, Iran), indipendentemente dalla loro struttura sociale e dai regimi di governo. Questa centralità, soprattutto, sfuma e porta in secondo piano il conflitto nei rapporti di produzione, la contrapposizione tra capitale e lavoro, cancellando quindi la prospettiva dell’autonomia della classe lavoratrice sia sul piano generale della prospettiva, sia su quello specifico delle forze antimperialiste, come all’interno delle stesse resistenze nazionali e popolari. Tra l’altro, questo polo campista si sta costruendo con strategie soggettiviste ed identitarie, che sviluppano in modo settario la divisione delle mobilitazioni e dei percorsi di iniziativa, per cercare di prevalere come unico polo di aggregazione alternativo al fronte democratico.

Quinto, contribuiamo con il nostro punto di vista ad un’opposizione sociale di massa. Il conflitto e le mobilitazioni sociali sono comunque più ampie, articolate e vitali di quanto questi poli possono intercettare. Anche di quanto noi, questa rete e le diverse soggettività organizzate che la compongono, possono vedere. La stratificazione e la scomposizione della classe lavoratrice, come la molteplicità dei movimenti sociali, innescano infatti percorsi, esperienze e soggettività che faticano ad inquadrarsi in questa o quella prospettiva, talvolta facendo germogliare convergenze alternative. Stiamo pensando a tante esperienze di lotta parziali (dall’ILVA di Genova ai precari delle università), ma anche ad alcune che hanno assunto capacità di incidere su immaginari e pratiche diffuse in questi anni, come il Collettivo di fabbrica GKN.

L’assemblea nazionale O re o libertà del 24 e 25 gennaio scorso a Bologna è espressione di questa articolazione e complessità. L’appuntamento è stato in qualche modo sviluppato dalla rete contro il Ddl sicurezza A Pieno regime, parallela a questa, e dal circuito NoRearmUE, attivatosi contro la piazza europeista e militarista del 15 marzo scorso a Roma. Quell’appuntamento nasce dall’esplicita consapevolezza dello stretto collegamento fra svolta autoritaria, riarmo e scontro interimperialista, ponendo la necessità di un alternativa esplicitamente anti-campista, cioè su un terrendo contrapposto a tutti gli imperialismi in gioco. La prospettiva che viene posta è quella di una convergenza di un vasto fronte, come detto dal sindaco di Minneapolis al Black Panther Party: nel contesto italiano, da settori PD-5stelle ai movimenti sociali (compreso Askatasuna). Ci sono e ci possono essere molte critiche su questa prospettiva, a partire da un’ambivalenza se non un’ambiguità di fondo con il campo largo e la prospettiva del fronte democratico. Il ruolo di AVS e l’ottica municipalista presente nell’appuntamento sottolineano proprio questa ambiguità. D’altra parte, il peso ridotto, la marginalità o l’assenza delle soggettività classiste e internazionaliste in questo circuito, sia quelle politicamente organizzate sia quella espressione della mobilitazione in questa fase storica (Collettivo di fabbrica GKN, PCL e SA, Si Cobas, CUB e altri sindacati di base), rischiano che in questo percorso di convergenza non sia sufficientemente presidiata, proposta e sostenuta la prospettiva di uno sviluppo politicamente indipendente del conflitto sociale, cioè da una parte la centralità del conflitto nei rapporti di produzione, dall’altra una reale autonomia della classe. In ogni caso, è proprio delle dinamiche di fronte unico la capacità di riunire insieme tutte le stratificazioni e le soggettività della classe, per rispecchiare l’aspettativa di massa sulla necessità di resistere unitariamente e, d’altra parte, nelle condizioni generali in cui si trova ora il movimento operaio è inevitabile che ogni seria azione di massa, anche se muove solo da richieste di carattere parziale, ponga all’ordine del giorno problemi più generali e fondamentali. Proprio questo spirito unitario e determinato è quello che ha animato la marea di settembre e di ottobre, travolgendo ogni titubanza e ogni confine di organizzazione. Allora, sebbene l’appuntamento di Bologna sia solo un’approssimazione di quello spirito unitario, non vedendo presenti ad esempio le componenti campiste (che si pensano autosufficienti e si propongono come esclusivo polo di aggregazione), anche se c’è chi pensa di costruire alleanze democratiche e campi larghi (anche con un ruolo preponderante), questo percorso ci sembra oggi utile proprio perché da una parte pone in una proiezione di massa un’alternativa al campismo, dall’altra propone comunque un percorso di convergenza e mobilitazione all’insieme della classe e dei movimenti sociali che in qualche modo, nella sua immediata espressione, si perimetra sulla classe e sui movimenti sociali. In questo quadro, la proposta di una mobilitazione nazionale il prossimo 28 marzo, all’inizio della primavera e dopo il referendum giustizia, si pone come uno snodo utile a rilanciare la possibilità e la prospettiva di un’opposizione sociale di massa. Proprio per la necessità di conquistare tempo, ostacolare la svolta autoritaria progressiva e tessere una ricomposizione in grado di sviluppare l’autonomia della classe lavoratrice, ci sembra infatti prioritario oggi perseguire il rilancio di un movimento contro il governo e le sue politiche economiche e sociali.

Evitiamo allora percorsi avanguardisti. Abbiamo l’impressione che, invece, si stia diffondendo in diversi settori di avanguardia, nel polo campista, nei circuiti di Bologna come anche tra noi, la lettura che la svolta autoritaria sia già un fatto compiuto, che lo Stato di Polizia sia oramai pienamente operante, e che quindi la priorità sia quella di dimostrare una resistenza contro la repressione a partire dall’iniziativa militante, dalla capacità di reggere le piazze e il conseguente livello dello scontro. Ne abbiamo avuto l’impressione dopo l’oceanica manifestazione del 4 ottobre, quando qualcuno ha pensato di sviluppare quel movimento sul terreno dell’assedio all’ambasciata israeliana. Ne abbiamo l’impressione oggi, nelle dinamiche della risposta all’azione repressiva a Torino, alle denunce, allo schieramento di polizia e alla militarizzazione di Vanchiglia. Certo, il governo reazionario prova propri adesso, nella fase di prosciugamento della marea e debolezza dell’iniziativa di massa mostrata dagli scioperi del tardo autunno, uno sfondamento repressivo, moltiplicando le denunce e gli sgomberi dei centri sociali, ma anche rompendo nuovamente i confini dell’azione repressiva con le centinaia di lacrimogeni ad altezza uomo, gli arresti, le cariche indiscriminate e il sangue dei manifestanti. C’è chi pensa che di fronte a questa offensiva, la resistenza si giochi non solo nell’innescare, organizzare, sviluppare una reazione di massa, ma nell’accompagnarla con l’organizzazione di una parte della popolazione, soprattutto giovane, che non si rassegna a stare calma, che è sempre meno disposta ai posizionamenti mediani ed è pronta a tracciare un confine netto. In questa interpretazione non sarebbe più tempo di equilibrismi. Con la posta in palio oggi, bisognerebbescegliere E quindi oltre a costruire manifestazioni di massa e comunità, moltiplicare assemblee e momenti di confronto, c’è chi pensa di fare il passo in avanti attivando percorsi percorribili da molti e molte, nelle diversità certo, ma con l’occasione di rompere gli argini dell’impotenza e dell’immobilismo, rispondendo nelle piazze alla militarizzazione coatta che ormai rappresenta l’unico metodo delle istituzioni attraverso cui gestire le crisi sociali. È una posizione interna al movimento, è una reazione comprensibile alla dinamica in corso, che noi riteniamo però sbagliata. Per l’ennesima volta sbagliata, ci verrebbe da dire. Noi pensiamo invece che oggi la priorità sia allargare la risposta popolare in una dinamica di massa e tessere, nel quadro di questa opposizione di massa, l’autonomia e l’indipendenza di classe. Proprio per tutti quegli elementi di complessità, progressività e confusione politica, proprio per la stratificazione della classe, pensiamo infatti che oggi questa strategia di risposta da una parte faciliti l’isolamento e la sconfitta dell’avanguardia, dall’altra rappresenti un’occasione per la destra reazionaria di far avanzare la sua svolta autoritaria progressiva, altrimenti in difficoltà nel trovare consensi e forme di completamento. Proprio l’esperienza della marea di settembre e ottobre ha sottolineato come la violazione del DdL Sicurezza, dei divieti e delle zone rosse acquisisce un senso e diventa un reale passo avanti nei rapporti di forza quando diventano obbiettivo e pratica consapevole, pubblica, collettiva a livello di massa.

Per questo, allora, riteniamo opportuno sviluppare un’iniziativa in questa primavera capace di guardare sia all’unità e allo sviluppo di un movimento di massa, sia alla necessità di far emergere nel quadro di questo movimento una prospettiva, un’opzione, un circuito alternativo internazionalista, classista e anticapitalista. Per questo ci sembra utile ragionare sull’ipotesi di stare nella mobilitazione del 28 marzo, anche con blocchi e spezzoni con questa caratterizzazione, evitando date o percorsi di fatto alternativi, costruendo comunque momenti pubblici di analisi, confronto, proposta e mobilitazione che riescano a tessere nell’avanguardia, ma con una possibile proiezione di massa, questa nostra prospettiva.

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