La produzione dell’acciaio il Italia si basa su un impianto principale di produzione “a caldo”, altamente inquinante, collocato nella città di Taranto e in alcuni impianti di lavorazione “a freddo”, quindi meno impattanti dal punto di vista ambientale, collocati nel distretto industriale di Genova. Gli stabilimenti del Nord e quelli del sud sono attualmente gestiti da Acciaierie d’Italia, subentrata nel 2021 ad Arcelor Mittal. La produzione a Genova, dunque, non può che avvenire sui prodotti forniti dallo stabilimento di Taranto. Dopo un lungo percorso di progressivo svuotamento, nello stabilimento ex-Ilva di Taranto lavorano oggi circa 8000-10000 operai e negli impianti genovesi circa un migliaio. I numeri non possono essere definiti con precisione a causa dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali, con operai che sono in alcuni periodi al lavoro e in altri in cassa integrazione.
Tra novembre e dicembre, di fronte al rischio concreto, reale e non rientrato, di dismissione delle attività produttive, gli operai genovesi e tarantini sono entrati in stato di agitazione, conducendo scioperi ad oltranza, parziali occupazioni, e manifestazioni anche imponenti, anche se tenute sostanzialmente separate dal settarismo delle direzioni sindacali, ancor più anacronistico in una vicenda come questa in cui le sorti degli operai del nord sono interconnesse con quelle degli operai del sud. In particolare, a Genova, il 4 dicembre, durante una imponente manifestazione operaia, l’imponente apparato di polizia, schierato per impedire che gli operai raggiungessero la prefettura, ha lanciato lacrimogeni ad altezza uomo, ferendo alcuni operai.
La combattività della classe operaia ha costretto il governo a fare retromarcia. In poche ore il ministro dell’industria Urso ha lanciato segnali distensivi, che hanno prodotto la fine delle mobilitazioni. Il ministro dell’industria Urso si è difatti precipitato ad affermare che non vi sarà nessuna cassa integrazione (sarebbe stato più corretto che il ministro affermasse che non vi sarà nessuna ulteriore cassa integrazione, visto che la cassa integrazione riguarda già una gran parte degli operai sfruttati nelle fabbriche del nord e del sud), che la decarbonizzazione resta la priorità del governo e ha garantito l’impegno del governo per un intervento pubblico nella gestione. Quanto siano veritiere le promesse di Urso è tutto da verificare. Tuttavia, il suo intervento è stato sufficiente a disinnescare le imponenti mobilitazioni, in particolare quelle di inizio dicembre a Genova. A calmare gli operai genovesi, la cui combattività in questa vicenda resta probabilmente, assieme a quella degli operai GKN di qualche anno fa, la pagina più importante degli ultimi trent’anni almeno di lotte operaie in Italia, è in particolare l’affermazione di Urso circa la ripartenza della linea dello zincato a Genova, grazie all’arrivo delle bobine di acciaio laminato che vengono prodotte a Taranto.
Il conseguente, ennesimo decreto salva-Ilva del 10 dicembre scorso, che pone un temporaneo argine alla vertenza, è sostanzialmente un insieme di misure tampone che consentono il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali per il biennio 2025-2026. Urso in realtà tenta di calmare e rassicurare gli operai, ma non spiega come il governo intenda venire incontro alle richieste provenienti dal documento elaborato dalle direzioni sindacali tarantine di FIOM, USB, FIM, UILM, che richiedono la realizzazione di tre forni elettrici e quattro impianti di preridotto a Taranto per abbandonare la produzione a carbone a favore di una produzione a gas.
Per quel che riguarda la richiesta di nazionalizzazione degli impianti, richiesta caldeggiata principalmente da USB- che a Taranto è uno dei sindacati con il maggior numero di iscritti in Ilva- il ministro Urso ha ribadito che il futuro dell’ex Ilva, dopo il fallimento di Arcelor Mittal, è la cessione del compendio aziendale a un nuovo soggetto privato che possa rilanciarlo, attraverso il piano di decarbonizzazione che, a detta di Urso, sarebbe già stato avviato (1). Urso, tuttavia, non ha escluso un intervento diretto dello Stato a supporto del piano industriale.
Frizioni a Taranto tra i partiti politici del campo-largo
Il sindaco della giunta di centro-sinistra di Taranto, Bitetti, assieme al presidente della regione Michele Emiliano e al presidente della provincia Franco Palmisano hanno sottoscritto il documento prodotto dai sindacati Fiom, Fim Uilm e Usb in cui si chiede, come soluzione industriale, la realizzazione di tre forni elettrici e quattro impianti di preridotto a Taranto. Secondo i sindacati questa soluzione favorirebbe il passaggio a una produzione meno impattante dal punto di vista ambientale oltre a garantire l’occupazione degli operai nella fabbrica. È noto che la questione ambientale e sanitaria legata alla produzione a caldo è un tema particolarmente sentito dai cittadini tarantini. I dati sugli incrementi dei tumori rispetto alla media nazionale (con punte del 400% rispetto alla media nazionale) sono noti a tutti, e i comitati cittadini conducono da lungo tempo una battaglia per la chiusura della produzione a caldo. Per onestà occorre affermare che tali comitati cittadini non sono composti esclusivamente dai ceti medi e piccolo-borghesi della città, ma anche da tanti lavoratori che sono anch’essi vittime di progetti industriali da molto tempo obsoleti e imposti dall’alto. Il dramma della salute, a Taranto, è cioè un fatto concreto, materiale, che attiene alla vita dell’intera comunità. E su questo dramma hanno speculato tutte le principali forze politiche, sia quelle al governo della città che quelle all’opposizione, oggi come ieri. Paradigmatico è l’esempio del M5S che, nella fase di massima ascesa, promise la chiusura dello stabilimento per poi essere principale promotore della vendita di ILVA ad Arcelor-Mittal, una volta conquistato il governo nazionale. Ed è per questo ancor più paradossale che ad aprire una crisi nella giunta di centro-sinistra tarantina sia il M5S, che critica il documento congiunto elaborato dai sindacati e sfiducia il sindaco Bitetti, reo di averlo sottoscritto. Il M5S sostiene difatti che la richiesta dei sindacati non comporti il passaggio ad una produzione “Green” e quindi non vi sarebbe una riduzione dell’impatto ambientale a Taranto neanche attraverso la produzione a freddo. E’ evidente il tentativo del M5S di riconquistare quell’enorme consenso di massa, perduto dopo la capitolazione del governo M5S-Lega alla logica del mantenimento della produzione a caldo in occasione della cessione di Ilva ad Arcelor Mittal.
Direzioni sindacali e politiche apparentemente combattive
Come abbiamo osservato, le giornate di Genova hanno segnato un punto molto alto della mobilitazione della classe operaia. In particolare, a Genova le manifestazioni sono state molto imponenti, con l’occupazione della fabbrica, le mobilitazioni e i cortei cittadini e anche con la forte reazione degli operai al blocco imposto dalla polizia al loro arrivo alla prefettura, come le immagini circolate sui mezzi di informazione e sui social testimoniano. Alla Fiom genovese e ai dirigenti storici in FIOM di Lotta comunista, alla testa delle mobilitazioni, va attribuito il merito di aver saldato la classe operaia genovese attorno alla questione della difesa del posto di lavoro, sino al dietrofront del governo e all’apertura del ministro dell’industria a un prosieguo della produzione dell’acciaio. Accanto a questi indiscutibili meriti, dobbiamo tuttavia necessariamente notare alcuni macroscopici aspetti contraddittori delle attuali direzioni del movimento operaio genovese. Non tanto per esercitare una critica a questo o a quel dirigente ma perché riteniamo che se non si comprende la portata drammatica di alcune strategie errate di lotta si condanna non solo la classe operaia genovese alla sconfitta, ma non la si prepara nemmeno al drammatico cambiamento di fase della contesa imperialistica mondiale, iniziato con la guerra in Ucraina.
La critica di Lenin all’economicismo
Come Lenin ha avuto modo di spiegare in tutte le lingue, il compito delle avanguardie comuniste nei sindacati non è quello di condurre lotte di carattere puramente economico, ma di partire dalle lotte di carattere economico per innalzare il livello di coscienza -inevitabilmente tradunionista, collaborazionista in assenza di direzioni rivoluzionarie- della classe operaia. Da questo punto di vista non esiste testo più chiaro del “Che fare?” di Lenin, cui rimandiamo il lettore per approfondimenti, per capire la critica feroce condotta da Lenin a quella corrente politica, costituita dai cosiddetti economicisti, che non si poneva altro problema che quello della lotta puramente economica nelle fabbriche della Russia dell’inizio del secolo scorso. Richiamando i ragionamenti di Karl Kautsky (ben prima che questi diventasse un “rinnegato”) Lenin scrive: “La coscienza socialista è quindi un elemento importato nella lotta di classe del proletariato dall’esterno, e non qualche cosa che ne sorge spontaneamente. Il vecchio programma di Hainfeld diceva dunque molto giustamente che il compito della socialdemocrazia è di introdurre nel proletariato [letteralmente: di permeare il proletariato] la coscienza della sua situazione e della sua missione. Non occorrerebbe far questo se la coscienza emanasse da sé dalla lotta di classe […..] Perciò il nostro compito, il compito della socialdemocrazia, consiste nel combattere la spontaneità, nell‘allontanare il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradunionismo a rifugiarsi sotto l’ala della borghesia; il nostro compito consiste nell’attirare il movimento operaio sotto l’ala della socialdemocrazia rivoluzionaria. La frase degli autori della lettera «economica» pubblicata nel n. 12 dell’Iskra, secondo cui gli sforzi degli ideologi meglio ispirati non potrebbero far deviare il movimento operaio dalla strada tracciata dal giuoco reciproco degli elementi materiali e dell’ambiente materiale, equivale assolutamente ad una rinunzia al socialismo.”
In sintesi, per Lenin , per contrastare il lavoro degli economicisti, che alimentano invece che combattere la tendenza spontanea degli operai al tradunionismo, alla collaborazione di classe con la borghesia, i comunisti devono portare nella classe operaia “la coscienza della sua situazione e la sua missione”, cioè il compito storico della classe operaia di rovesciare il capitalismo e assumere il controllo dei mezzi di produzione. E siccome è tipico di tutte le organizzazioni riformiste giustificare il loro tradunionismo con la presunta arretratezza della classe operaia, è giunto il momento di ricordare a queste organizzazioni riformiste -che talvolta si autodefiniscono comuniste- che se la classe operaia è arretrata è esattamente perché esse non compiono questo lavoro di introduzione della coscienza socialista nella classe operaia. E quanto più è arretrato il livello di coscienza della classe operaia, come conseguenza del dominio dell’ideologia borghese e come verifichiamo in questa contingenza storica, tanto maggiore deve essere lo sforzo dei comunisti di combattere la naturale spontanea tendenza degli operai al tradunionismo. E, nell’opinione di chi scrive, non ci si può definire leninisti se questo aspetto fondamentale del pensiero di Lenin viene tenuto nascosto in un angolo oscuro della cassetta degli attrezzi teorici con i quali si dovrebbe costruire l’ideologia di un’organizzazione comunista.
Dall’internazionalismo al campanilismo il passo è breve
“Proletari di tutti i paesi, unitevi”. Con questa frase si chiude il testo di Marx ed Engels più caro a tutti i comunisti, “Il manifesto del partito comunista”. Deve essere sfuggito questo piccolo particolare ad Armando Palombo, dirigente di Lotta Comunista e delegato FIOM nelle acciaierie di Genova che, nel corso della lotta in difesa del lavoro nell’ex-Ilva, ha esclamato: “se Taranto affonda, noi non vogliamo andare a picco con loro”, (2) trasformando così una lotta comune degli operai genovesi e tarantini in una lotta corporativa e campanilistica a difesa della città di Genova. Ed è oggettivamente paradossale che a fare queste affermazioni sia il dirigente di un partito che si definisce internazionalista nonché “organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista” (sigh!), stando almeno all’incipit, riportato nella testata del giornale, con cui questo partito cerca di fare propaganda nei luoghi di lavoro. A definire ulteriormente la natura collaborazionista con i principali partiti della borghesia e l’impostazione di fondo tradunionista e campanilista, il dirigente di Lotta Comunista e delegato FIOM, dalla sua pagina facebook, rilascia un comunicato che elimina ogni dubbio: “La difesa dell’industria è fondamentale per lo sviluppo della nostra città!…I lavoratori hanno sentiti vicini alle loro rivendicazioni la sindaca di Genova Silvia Salis (sindaca alla testa di una coalizione di campo larghissimo, ndr) ed il presidente della regione Liguria Marco Bucci (imprenditore e presidente della regione Liguria alla testa di una coalizione di centro-destra, ndr), a loro va il nostro più sincero saluto”.
È necessario chiarire che, dal punto di vista marxista, una generica “difesa dell’industria” non ha nulla a che vedere con la missione storica del proletariato, che consiste molto più semplicemente, dal punto di vista industriale, nel trasferire, attraverso una rivoluzione sociale, il controllo dei mezzi di produzione (e quindi dell’industria) dalle mani della borghesia a quelle del proletariato. La difesa dell’industria “sic et simpliciter” richiama invece la fase più deteriore e grottesca dello stalinismo italiano. Fu difatti proprio Togliatti, che, per far digerire agli operai la capitolazione del PCI alla borghesia italiana nel dopoguerra, si rivolse alle masse lavoratrici chiedendo loro di collaborare con la grande borghesia italiana in nome della ricostruzione industriale e dello sviluppo industriale del nostro paese, perché solo questo avrebbe consentito, in un secondo tempo, di passare al socialismo. Una politica dei due tempi, tipica dell’opportunismo, che adatta slogan e strategie alle situazioni contingenti secondo la propria convenienza. Questa virata a destra di Lotta Comunista segue, nel breve volgere di un semestre, il suo affondo ultra-sinistro, massimalista contro lo strumento referendario. In occasione dei recenti referendum di giugno in cui la Cgil aveva proposto 5 quesiti per l’abolizione di leggi reazionarie riguardanti il precariato, gli immigrati e i morti sul lavoro, Lotta comunista aveva criticato aspramente la direzione CGIL, rea di aver sostenuto i referendum per consentire ai partiti di sinistra di intestarsi i voti dei lavoratori. Quegli stessi partiti di sinistra cui ora, il leader LC di Lotta comunista, rivolge, al termine della lotta degli operai genovesi, il “nostro più sincero saluto”.
Una sconfessione delle stesse idee del fondatore di Lotta Comunista, Arrigo Cervetto, che, in uno scritto del 1973, da autentico leninista, aveva correttamente affermato:
“È necessario, invece, un richiamo preciso e testuale a quei termini per sbarazzare, una volta per tutte, il cumulo di mistificazioni che da decenni si è andato formando sul rapporto riforme e rivoluzione. Se per rivoluzione si intende quello che indica Lenin e se per riforme si intende la lotta per gli interessi immediati del proletariato occorre subito ribadire che non esiste alcun antagonismo tra questi due tipi di lotta. Anzi, la loro stretta unità rappresenta il pilastro della strategia rivoluzionaria leninista.”
Come ha spiegato in diversi scritti Trotsky, il continuo zig-zag tra posizioni riformiste e ultrasinistre è tipico delle organizzazioni centriste e compito dei rivoluzionari è quello di distruggere tali organizzazioni.
- https://www.ansa.it/puglia/notizie/2025/12/03/urso-il-futuro-ex-ilva-non-e-amministrazione-straordinaria_5b3ff604-0019-4963-8276-2d958f3b97b1.html
- https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/19/ex-ilva-genova-fiom-taranto-affonda-mille-posti-lavoro-video/8200611/?fbclid=IwY2xjawO1Bu1leHRuA2FlbQIxMABicmlkETBBdFVjMHg4ZFBJRDdtaXA4c3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHjozPtu-LH0F9Affg1k6eo4XXhOQ7PuozorkrVn7wmNCFlwv6jGwI4PO1bp5_aem_ZmFrZWR1bW15MTZieXRlcw
(3) https://www.marxists.org/italiano/cervetto/1973/01/CERVETTO%20-%20Due%20tipi%20di%20lotta%2C%20una%20sola%20strategia%20rivoluzionaria.pdf
Renzo Del Valoso
