SOSTENIAMO LA GLOBAL SUMUD FLOTILLA

FERMIAMO IL GENOCIDIO!!

Lo stato israeliano sta affamando Gaza, con evidenti atti genocidari e politiche di feroce pulizia etnica, radendo sistematicamente al suolo la Striscia, occupando la città di Gaza e proponendosi di spezzare la Cisgiordania, allargando le sue colonie. I morti sono oramai 70.000, in larga maggioranza civili, oltre 20.000 bambini. Sono intenzionalmente colpiti ospedali, personale sanitario e giornalisti, e deliberatamente usato il cibo come strumento di assedio.

 

Questo massacro non è un effetto collaterale. Israele vuole ripristinare il suo potere di dissuasione, distruggere ogni espressione politica palestinese, procedere ad un sostanziale sgombero della popolazione [una pulizia etnica di parte o tutta Gaza, campi profughi dove poi i palestinesi possano esser controllati e massacrati come avvenuto in Giordania nel Settembre nero 1970, a Tell-al-Za’tar nel 1976 o a Sabra e Shatila nel 1982]. Non a caso l’invasione di Gaza City si accompagna a massici arresti in Israele e nei Territori, con centinaia di vittime in Cisgiordania (dove governa l’ANP).

 Israele ha dalla sua nascita un’impronta colonialista. Il suo sviluppo capitalista, sostenuto dalla diaspora ebraica e dall’ombrello imperialista, ha esacerbato l’oppressione palestinese, organizzandola in una cittadinanza di secondo livello e nell’occupazione dei Territori. Questo apartheid stratificato ha marginalizzato la sinistra antisionista, poi il movimento per la pace e infine la stessa sinistra sionista. Negli ultimi decenni Netanyahu ha sviluppato politiche ultranazionaliste e religiose. Gaza è da anni una prigione a cielo aperto, la Cisgiordania è soggetta ad un’aggressiva colonizzazione. Nella stessa società ebraica si sono aperte divergenze tra settori laici, l’immigrazione conservatrice russa, i coloni nazionalisti, i fondamentalisti ebraici, nel quadro di una stratificazione di classe acuita da politiche iperliberiste.

 Il 7 ottobre ha espresso un’indiscutibile diritto di resistenza, però porta anche i segni della volontà di inquadrare questa resistenza in un’ottica nazionalista, di totale contrapposizione tra comunità Certo, è stato colpito un numero importante di soldati israeliani, oltre che importanti centri militari. Sono stati uccisi o catturati però anche civili (anziani e bambini) e migranti (quasi il 20% dei catturati). Le oltre 1.200 vittime non sono solo frutto del fuoco amico, anche per gli obbiettivi (cittadine, paesi e un rave party). Questa scelta è espressione di un impianto nazionalista, islamista e reazionario dell’attuale resistenza. La società palestinese nella sua lunga lotta ha espresso soggettività con evidenti capacità militari e grandi movimenti di massa (le Intifada). L’OLP e Al-Fatah si sono oggi riciclati come borghesia collaborazionista, nella logica di Oslo, l’ANP si è atrofizzata in logiche affaristiche e si è così sviluppato un movimento islamista, sostenuto nei suoi primi passi dalle Petromonarchie e dagli stessi servizi israeliani, per contenere l’Intifada.

 Hamas usa l’integralismo come collante comunitario per sostenere gli interessi del piccolo e grande capitale palestinese. Questo movimento reazionario [centrato sui ceti commerciali, professionali e dei servizi] ha sviluppato il suo consenso in una società destrutturata. Il modo con cui organizza e conduce la resistenza, come sempre, prefigura e organizza la società che si intende costruire: è vuole una società capitalista e integralista.

CONTRO L’IMPERIALISMO E LE SUE GUERRE!

PER IL DIRITTO DI RESISTENZA E

L’AUTODETERMINAZIONE PALESTINESE

IN UNO STATO SOCIALISTA E PLURINAZIONALE

CONTRO LE DESTRE DI NETANYAHU E HAMAS

Questi contrapposti nazionalismi si inseriscono nell’attuale fase dell’imperialismo di attrito. L’invasione dell’Ucraina ha esplicitato e rilanciato la competizione tra i diversi poli (USA, Cina, la molteplice UE). Il protrarsi dello scontro, in una guerra di trincea che coinvolge la NATO nel sostegno all’Ucraina e la Cina nel garantire un retroterra alla Russia, ha aperto dinamiche inedite nella progressiva tessitura di alleanze per la spartizione mondiale. Il conflitto aperto il 7 ottobre è diventato quindi occasione per stringere le fila, bloccare nuovi assetti (gli Accordi di Abramo o il corridoio indo-mediterraneo per Arabia e Israele) e verificarne altri (Teheran e Ryad sotto regia cinese). Gli USA, la UE, la Cina e le potenze regionali (Turchia, Iran, Arabia Saudita) giocano quindi sulle popolazioni le loro geometrie e competizioni.

 Questo scontro comunitario moltiplica le barbarie. Nelle terre tra il fiume e il mare vivono più di 7 milioni di persone di identità ebraica, più di 7 milioni di palestinesi, mezzo milione di minoranze (drusi, beduini, migranti). A questi si aggiungono milioni di profughi che hanno diritto al ritorno. La risposta non può essere quella di due stati per due popoli, che vivono nelle stesse terre, anche perché ogni formazione sociale si inserisce in una gerarchia internazionale del capitale e del lavoro, tessendo una subordinazione di qualunque entità si formi ai margini dell’attuale Israele (poco importa se a Israele, UE, USA o le Petromonarchie). Anche l’ipotesi di un solo stato democratico e multietnico [One Democratic State Initiative], pur rappresentando una proposta progressiva a fronte delle barbarie reazionarie di oggi, si basa sull’illusione che si possa costruire una nuova formazione sociale prescindendo dagli attuali rapporti sociali. L’oppressione sui palestinesi si è infatti plasmata negli e sugli attuali rapporti di produzione, strutturando le rispettive gerarchie sociali. La costruzione di uno stato laico e multietnico, quindi, può oggi avvenire solo con una trasformazione del modo di produzione, di una prospettiva socialista. Serve trasformare questo modo di produzione.

 Riconoscere, denunciare e combattere l’oppressione israeliana. L’azione della Global Sumud Flottilla, sopra e contro ogni inutile diplomazia internazionale, ha risvegliato e stimolato una grande partecipazione collettiva, proprio per questo. In un Europa calata in un clima di riarmo e mobilitazione nazionalista, ha mostrato la possibile alternativa. 

Lo sciopero del 22 settembre ha mostrato l’importanza del lavoro. Centinaia di migliaia di lavoratori, lavoratrici, studenti e giovani hanno riempito le piazze e sono scesi in sciopero, in una dinamica di movimento che ha colto lo spazio costruito da diversi sindacati di base e conflittuali (USB, CUB e SGB). La CGIL, ripiegata su propri percorsi di organizzazione (come anche il 6 settembre), ha costruito appuntamenti scollegati da questa mobilitazione e dalla realtà. 

Il movimento di questi giorni e il nuovo sciopero generale, per fortuna, ha riportato a convergenza la mobilitazione, anche con una partecipazione di tante soggettività alla manifestazione nazionale del 4 ottobre a Roma. È il momento del conflitto e della convergenza, sviluppando questo movimento di massa. In questo movimento, però, proprio a partire dall’importanza del lavoro, noi sosteniamo l’indipendenza delle forze classiste nel campo palestinese e nel campo israeliano, sul piano politico e anche sul piano militare, quando la politica passa per le armi. 

Sosteniamo cioè l’unità delle classi lavoratrici palestinesi e israeliane contro le rispettive classi dominanti, l’autodeterminazione palestinese in una prospettiva socialista contro ogni politica di fronte popolare o di liberazione nazionale, tanto più quando queste comprendono forze reazionarie legate a governi autocratici e teocratici che massacrano le loro popolazioni e le loro classi lavoratrici.

SOSTENIAMO L’AUTONOMIA DELLE FORZE

CLASSISTE IN PALESTINA E ISRAELE,

LA LORO UNITA’ CONTRO LE CLASSI DOMINANTI

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