Il valore della resistenza nella grande crisi del capitalismo

I fatti di queste ore con i raid Israeliani su Beirut ed altre località del Libano che hanno provocato centinaia di morti e la risposta dell’Iran con l’immediata chiusura dello Stretto di Hormuz, fanno saltare nei fatti i termini della cosiddetta tregua che sarebbe stata definita tra Iran e Stati Uniti e rendono evidente la profondità del conflitto dispiegatosi in Medioriente. Un conflitto che appare destinato a protrarsi e intensificarsi e rispetto al quale, visti i diversi interessi e attori in campo, non è facile prevederne gli sviluppi.Siamo di fronte ad un conflitto regionale allargato che ha riflessi a livello globale proprio perché non riguarda solo il controllo di territori, ma di snodi strategici fondamentali, come le principali rotte energetiche e commerciali ed evidenzia i contrapposti interessi delle potenze imperialiste e regionali direttamente e indirettamente coinvolte nel conflitto. Quello che sta accadendo rende evidente l’immanenza della guerra che diviene parte di una tendenza strutturale connessa la crisi profonda del capitalismo che spinge le grandi potenze verso la guerra, la competizione militare e la ridefinizione violenta degli equilibri internazionali. A livello internazionale così come nel nostro paese, la spinta verso l’economia di guerra diventa così una risposta sistemica alla crisi: l’aumento esponenziale delle spese militari, il rafforzamento dell’industria bellica attraverso un rinnovato ruolo dello stato e la subordinazione “conflittuale” agli interessi strategici della NATO e degli Stati Uniti, producono sul piano interno il ricorso a una nuova stagione di austerità, che si traduce in nuovi sacrifici sociali, tagli allo Stato sociale, ultraprecarizzazione del lavoro e ulteriore impoverimento dei settori sociali economicamente deboli.Di fronte a questo scenario, il compito delle lavoratrici e dei lavoratori, non può essere la passiva accettazione della guerra, né l’allineamento in salsa nazionalista agli interessi delle proprie classi dirigenti che sostengono la dimensione della guerra come strumento di salvaguardia dei propri interessi economici e che scaricano i costi della competizione globale sul mondo del lavoro. Al contrario, è necessario sviluppare una posizione autonoma del lavoro e delle proprie organizzazioni, basata sull’antimilitarismo, sul rifiuto dell’economia bellica e sulla solidarietà internazionale tra gli oppressi. Questo è il valore di una nuova resistenza nella lunga crisi del capitalismo!Lavorare per costruire un movimento contro la guerra con dimensioni di massa diviene il primo atto di resistenza, che si fa pratica concreta di opposizione sociale e politica a partire dai nostri territori e che diventa parte di una resistenza complessiva a un sistema che produce guerra all’esterno e impoverimento all’interno.Ricostruire un movimento antimilitarista significa allora anche ricostruire legami, solidarietà e conflitto sociale. Significa non scegliere tra blocchi imperialisti contrapposti, ma costruire un’autonomia tra i settori del lavoro che, come nelle grandi crisi del passato, sappia unire la lotta contro la guerra alla prospettiva di una trasformazione radicale dell’esistente.Di questo discuteremo insieme il 17 aprile a Cosenza.

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